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Non perdere questo giorno

di Francesca Fichera

Non perdere questo giorno in cui sei la bestia e non la bella, e il dolore non è un’eredità, non è un cattivo dono, il Male non fu iniettato ma risvegliato, da tutti e in tutti, ché il bianco e il nero si mescolano come la gioia e la sofferenza, diceva Saramago, dice questo cielo nascosto in cui ritrovi il sole, e tu sei lì a cantare un’allegria così forte che commuove, passeggera come la luna piena che inquieta e sorprende, lo scontrino che conserverai inutilmente in tasca o in un cassetto anche se ce ne saranno altri e tu non saprai distinguerli, saranno tutti cartocci di momenti, a volte cari, a volte di poco conto, eppure riusciranno a costruire una forma bianca e un poco strana che ti corrisponde, e anche se li butterai ne resterà l’odore, qualche resto in polvere che respirerai senza pensarci, e penserai a respirare perché questo conta fra tutti i conti che ti ostini a fare.

 

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Recupero

di Francesca Fichera

 

Un ricordo giunto d’improvviso, come vento che spalanca la finestra che sbatte, in psicanalisi lo chiamano recuperato.

Così recupero un giorno vecchio, subissato dalla polvere che riveste i libri, accantonato dalla folla esuberante di altri giorni, era venerdì, forse, pioveva, l’aula puzzava di stantio, di legno marcio, un’aula ricavata dal corridoio che rientrava curvandosi a gomito, la porta di fortuna era l’anta di un armadio verde a fiori rosa. Tutti ordinati nel disordine a studiare geometria, con i corpi contratti in banchi troppo piccoli, decorati di gomme fluorescenti ed indurite, da tener lontane stringendo le ginocchia.

Qualcuno bussò alla porta-armadio, era il professore di disegno tecnico, bianco in volto, serio, qualcosa di grave era successo. Pallida era pure la bimba che l’accompagnava, occhi lucidi e rigida come una marionetta appesa a un chiodo, reagì solo alla domanda “E’ qui?” e non disse, non parlò, mimò una negazione, e la porta si richiuse, suscitando la domanda e nascondendo la risposta.

Poi il vuoto, venire a sapere – non ricordo come – che una persona aveva minacciato la bambina quand’era andata in bagno, lama alla gola, non dire che ho fumato “o t’acciro, é capito?”. Le sue lacrime avevano sconcertato il nostro mondo, un mondo minuto, fatto di legno scheggiato e finestre con le grate arrugginite, un sottomondo con il suo ordine fasullo che la richiesta d’aiuto aveva scosso, banchi all’aria, porte aperte, odore acre ovunque. Per un attimo nella mente fu così, poi trillò l’intervallo e tutti già cambiavano argomento, oppure si riempivano la bocca di brioches. Io no, io ero sconvolta, volevo saperne ancora, e intanto la strada emanava una calma soporifera ed ingiusta, pioveva ed il grigiore piatto di fuori ci stordiva, stordiva il nostro senso di reazione.

Vorrei tanto scoprire chi è stato”, dissi con rabbia rivolta ad un’amica, che mi guardò, sorridendo compiaciuta e colpevole, e cominciò a parlare sottovoce. “Io… Io la conosco”, e poi mi disse il nome. “Però non lo dire, altrimenti la sospendono e passa un guaio a casa”. Allora tacqui, senza sapere perché – e ancora non lo spiego.
Suonò la campanella, si ritornava all’ordine, sputi di pioggia imbrattavano i vetri intrappolati dalle grate, un venerdì, forse, in cui imparavo un teorema di geometria accanto a una lezione di becera omertà. E se la prima non servì quasi più, la seconda non fu dimenticata. Mai.


Mi manchi.

di Francesca Fichera

 

Era una vecchina resa gobba dai dolori superati. Profumava di vaniglia e di lavanda. Un gran casino.

Quel giorno il suo bell’odore venne a rinfrancare gli animi da un’estenuante guerra di silenzi. La rabbia era ingabbiata fra le stanze, livore macchiato di grigio capace di mangiarel’intonaco.

Quattro nocche, nodi deformati dall’artrite – il dolore superato, pensai poi, il dolore superato è un abitante che rimane nelle cantine delle case – fecero toc toc alla porta. Il legno rispose vibrando con dolcezza. Poi risposi io, “avanti“, dissi, e lei entrò. Aveva negli occhi un oceano nero di consapevolezze: comprensione, rimprovero, rimpianto, sacrificio. Non ricordo le parole, solo i gesti, una mano che sfiorava la spalla, l’altra che porgeva una piccola busta sigillata con del nastro adesivo ingiallito. Lievemente dorato, come la sua pelle memore di migliaia di sorrisi fatti al sole. Usali solo per quello, nient’altro, ribadì, e io annuivo, e amavo. Ma non volli mai uscire dalla stanza, consumata da colori poco accesi, e la salutai con una mano ed una smorfia. Perché soffrivo, pensai poi, soffrivo e sbagliavo a farlo. Forse. La sofferenza fa l’amore incompleto. Forse.

E poi non la vidi più, ed era tre anni fa, o (forse) due. La certezza di perderla scorse nelle vene una sera di novembre, come il diluvio nelle gronde, di ritorno da un’altra guerra, esterna e tuttavia chiusa, anch’essa, nell’inviolabile segretezza di lunghi corridoi bianchi. La perdita giunse alcune settimane dopo, e noi diciamo di averla digerita – metabolizzare il lutto, dicono, metabolizzare il lutto, come se il lutto fosse un antibiotico – , eppure a volte il cielo scuro mi suggerisce: forse.

Conservai la busta. Non tolsi mai lo scotch, anche quando si mangiava poco e si faceva a meno delle sigarette e i vestiti non cambiavano da anni. Quegli stessi anni asciugarono la pioggia di dolore, ripulendo le grondaie, lasciando qua e là una piccola pozza, cuore d’insetti e di puzza da smaltire.

Il sole diventò sempre più forte, spurgò, prosciugò, fece brillare. Pensai poi: non sarò mai pronta ad uscirne, tanto vale farlo. Per me, forse (forse?) per lei.

Abbandonai così le quattro mura della mia prigione a fiori. Feci un gran casino. Dopo, però, le cose andarono meglio. Non bene, ma meglio. Come la terra che agita i fianchi dopo aver tremato e gettato al suolo città intere.

Pochi giorni fa ho aperto la busta, un poco meno impreparata del solito. Niente vaniglia, niente lavanda, mi sono detta, assenza pura. Forse.

O sei stata ovunque mentre tremava tutto, a reggermi, e l’ho pensato solo poi, come un’occasione, e di lezioni così dure me n’è bastata una, e non lo sai perché ti ringrazio e nemmeno che mi manchi, nonostante tutto. Forse.


Al di là del mare

di Francesca Fichera*

 

Mille futuri ho raccolto nell’ovatta del mattino, nei tragitti di luce tenue per le strade sonnacchiose, cosparse di volti incattiviti dal torpore, di sagome schivate a stento che non potevo fare a meno di fissare. Guardavo. I panni stesi fra i palazzi, collane di stoffa oppure strani denti, e mi chiedevo se ce l’avrei fatta mai a fare mia altra nebbia, altra foschia ammiccante, senza quel colore di calore, quell’oro spento, odore di morte vissuta che in fin dei conti è vita. Da un’altra parte è  un altro tempo, mi dico, ma il cuore attraversa, è altrove, come in un film che detestai, il petto fa suoi gli spazi e i tempi del mondo tutto, puntando i piedi sul bisogno, che quasi sembra un sogno fatto in due, un futuro raddoppiato.

Pesa, la vita pesa, son tante vite anche solo immaginate, un accumulo di tempi, modi e spazi che per natura l’anima non regge. Come neve su un ramo, impercettibile fugge, cade, si squaglia, scompare, a volte siam noi stessi a far cadere tutto. Per rinascere, mi dico.

Quante vite spingiamo giù per risalire, quante, chiedo, quanti cammini nell’oro di Napoli dovrò lanciare giù dalla rupe, come una zavorra, tenerli in quel precipizio solo mio, pieno di chincaglieria e di rinunce, per rubare uno soltanto dei futuri legati sui lampioni e farlo crescere liberamente?

Farlo venire su come un bambino, nutrito dal cuore stanco di stancarsi, fiero di lottare, per quelle braccia bianche che più di un canto antico attirano, e attendono per accogliere, cingere, moltiplicare il sogno, il futuro al singolare, e renderlo doppiamente vero nella condivisione, in quella presenza che conforta più della speranza. Figura ferma, forte come la fiducia, che tiene in caldo quella casa accesa al di là di un mare sconosciuto.

Prima o poi verrò, mi chiedo, ti dico.

*Francesca Fichera è nata a Napoli 24 anni fa, “perciò le piace il mare”, non potendo navigare prova a tra-scrivere mille oceani visti da altrettanti posti, inventati o sconosciuti. La scrittura le è stata sempre amica, spesso da sola, qualche volta in compagnia: dei film, dell’estate, delle finestre illuminate di sera come nei quadri di Magritte. Una laurea con lode in Storia e Critica del Cinema le ha spalancato gli occhi su ciò di cui è veramente fatta: carta. Perciò intende usarsi come foglio da imbrattare con i segni di un’utopia che non vuole resti tale, un mondo dove trionfino i giusti cantati da Borges e la magia dell’infanzia, e in cui tutto finisca ai piedi dell’orizzonte chapliniano di “Tempi Moderni”: con un sorriso in grado di polverizzare paure e cattiverie, come vampiri al primo sole.


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