In attesa di un guasto

di Fioravante Conte*

 

Tre anni dopo. Mi ritrovo sulla Circumvesuviana Baiano-Napoli. Ma dopo cosa? Dopo gli anni spensierati trascorsi al liceo Carducci di Nola, dopo gli studi alla Federico II, in quella via Mezzocannone custode di tante storie, di tanti animi studenteschi inquieti e speranzosi, venditori ambulanti in fuga al minimo sentore di avvicinamento delle forze dell’ordine. Custode di storie di strada, destini intrecciati e sguardi veloci. Ancora. Dopo lo pseudocorso di europrogettazione a Pomigliano d’Arco. Sono sul primo treno, quello delle 6.02. Giornata piovosa. Mi trovo a ripassare per i paesi che porto nel cuore. E nella mente. Nella parte più profonda. Ecco il tratto fitto di campagna dalla durata di sei minuti tra Avella e Roccarainola. E sullo sfondo il Castello e le sue mura. Le solite briciole di gente a Camposano. La masnada di Nola. Una orrenda struttura in legno rimpiazza lo spazio dove prima c’era il campo sportivo. La parte sopraelevata che collega la città dei Gigli alla città del Carnevale. E dopo Saviano terreni e case sparse, immondizia incolta, palazzi e palazzoni, cupole di chiese e santi da pregare. Ogni tanto qualche sosta di assestamento.

Nel Limbo. È la risposta che esplode, quasi di getto, incontrollata, a chi mi chiede dove vivo. Sono uno di quelli che è rimasto nel Limbo. Uno di quelli che vive tra più mondi. Custodisco il viaggio e la stasi. Custodisco perché ne ho cura, proteggo in me la voglia di andare e quella di restare. Vivo come passeggiando, tra più nazioni, più lingue e più culture. Ma nello stesso tempo vivo ed ho vissuto, ho dato e continuo a dare tanto anche alla mia terra, quella terra di mezzo dimenticata che ti regala una identità ibrida. Napoletano per gli Avellinesi, montanaro per i napoletani. Sono di Baiano. Homo Mandamenti.

“Ho viaggiato, sempre; anche quando risiedevo”. Proprio come dice Bruce Chatwin. E viaggiavo anche nei miei spostamenti in Circumvesuviana. Oggi vivo due vite: una per viaggiare e l’altra per raccontare. Sono in questa piovosa giornata di Marzo nel primo vagone di un treno che mi sta accompagnando da un altro treno. Devo andare a Firenze per firmare un ennesimo contratto per un progetto a La Coruña, nella parte spagnola in cui l’Europa si getta e si perde nell’Oceano. La Galizia.

Negli anni i treni non sono mai cambiati. Eppure ne ho visti alcuni nuovi su cui ho gettato rapido uno sguardo. Mi hanno detto che sono in funzione e spinto dalla mia odiosa curiosità ho chiesto come vanno: pochi posti e tanti problemi, mi dice il “pendolare” di fronte. Lavora al Centro Direzionale, sale a Nola e ha la fortuna di non trovare il treno pieno. Dopo Pomigliano d’Arco la gente rimane in piedi. La visione dei treni mi fa volare con il pensiero al ritmo che scandiva le mie giornate liceali. Mattina treno ore 7.32 se dovevo copiare qualcosa o studiare ancora un po’. Ore 8.02 se era una giornata tranquilla o non avevo intenzione di entrare. A volte mi svegliavo semplicemente tardi. Ritorno ore 13.30 o 14.30 a seconda delle cinque o sei ore di scuola. Chissà se oggi funziona ancora così…

Negli ultimi anni sono stato un po’ in tutta Europa. Ma per due anni, dal 2010 al 2012 ho vissuto e lavorato per il mio territorio, per la mia Campania. E continuo a farlo. Dappertutto ma sempre risiedendo. Ho tra le mani, mentre sto cercando di raggiungere la stazione Garibaldi un libro che la settimana scorsa mi ha regalato Armando Gnisci, professore universitario di letteratura comparata alla Sapienza di Roma per il quale curo comunicazione e canali social. Ora in pensione. Si chiama Genius occursus, il “genio dell’incontro”. Quello dell’incontro con il mondo, in qualunque città, piazza. Su qualunque treno.

L’unica differenza rispetto ai miei anni del liceo è il silenzio. I giovani non parlano con chi gli sta di fronte ma lo fanno silenziosamente con chi è in un altro paese, città, regione. Un’altra nazione. A volte un altro continente. Riempie l’aria un imperterrito rumore di tasti schiacciati sotto i polpastrelli. L’era degli smartphone e dei tablet, del web 2.0 di cui ora si sta scrivendo la terza epopea. A volte parlano con chi gli sta a fianco. Ma sempre tramite il loro smart, il loro prolungamento corporeo. La loro seconda pelle. La loro extension. La loro protesi. C’è anche chi ascolta musica e nello stesso tempo “wozzappa”. Un altro termine per indicare la comunicazione. “Wozzappare”.

La ragazza al mio fianco avrà circa ventanni. Qualcuno in più e non qualcuno in meno. Paffuta, coda di cavallo, broncio diffuso. Penso stia ascoltando l’ultima canzone dei Modà. Sento Francesco che urla dalle sue grosse cuffie nere. Francesco, come il nuovo Papa che invece ha cominciato la sua avventura bisbigliando un “buonasera” al mondo intero. Io sono alle prese con il mio Genius. Quello dell’incontro. Dall’altro lato una ragazza della mia età. Trenta anni circa. Come me. E come me legge. C’è chi si guarda intorno, chi osserva gli altri, chi scruta volti e gesti, chi ancora dorme sotto gli occhiali da sole scuri, chi si trucca. C’è un cinquantenne, barba selvaggia e pochi riccioli sulla testa che guarda continuamente l’orologio. Non riesco ad inquadrare la sua fretta. Sarà fretta di andare, tornare o di scappare? Ha un cappotto rosso, per il resto è tutto grigio. I suoi vestiti, la sua barba selvaggia, i pochi riccioli che nel frattempo ha coperto con un cappello. Grigio, allo stesso modo. Si intona con i colori al di là dei finestroni del treno. Si intona con la pioggia. Il cappotto rosso rompe la monotonia. Come il rosso della scritta sulle pareti di Poggioreale “Ma l’anima di un uomo di che colore è”? Grigia forse? Di fronte, a destra, un trio che ricordo ancora. I Ricchi e Poveri dei miei anni universitari. Non chiudono la bocca per l’intero tragitto, da Cicciano fino al Centro Direzionale. Quasi trenta fermate. Come i miei anni. Ventotto per la precisione come gli anni che avevo quando decisi di rimanere. Riconosco volti che non vedevo da tempo, sguardi incrociati ma mai conosciuti. Ritrovo visi invecchiati. E penso. Anche il mio viso ormai sta invecchiando. Ed io sto fallendo come la Circumvesuviana, come i ritardi, come gli scioperi, abbandonato a me stesso come queste vecchie stazioni grigie. Ancora in corsa, fermandomi e ripartendo sempre, osservando e vivendo per poco tempo le persone, i luoghi, le emozioni.

Sono in attesa di un guasto.

*Fioravante Conte, se può resta, se necessario parte. Dorme poco, esce tanto, vive bene, gode nella maniera giusta. Vive la strada ed i suoi personaggi. integratore sociale, si divide tra più nazioni, collezionando amicizie, amori ed emozioni. Ininterrottamente. Vive due vite come Bruce Chatwin: una per viaggiare, l’altra per raccontare. Giornalista di lunga data per numerose testate, è alla ricerca della via del montone. Quella giusta, a trent’anni e con una stramaledetta voglia di stabilità. Nel frattempo è pronto a ripartire, custodendo nei suoi pensieri la sua terra per cui ha lottato e continua a lottare. Sia da dentro che da fuori. E poi c’è il mare.

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2 responses to “In attesa di un guasto

  • giovanna starace

    complimenti mio caro amico…bellissimo post!!!..come tu sai anche io ho peregrinato ma poi mi sono stabilizzata…che vuoi fare la famiglia, una figlia…però leggere le tue righe mi ha fatto tornare in mente i miei viaggi, avanti e indietro sulla vesuviana…verso napoli…verso roma…grazie:-)…ps. ti aspetto sempre da queste parti!!!…ho un bellissimo fiore da farti conoscere, si chiama Rosa ed è mia figlia. Ti saluto con affetto….

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