Acerra

di Domenico Cosentino*

E così mi ritrovo seduto su queste poltrone di plastica grigie scomode come un ananas su per il culo.  Intorno gente annoiata, intorno fetore di cibo scaduto e sudore stantio. Cerco di non pensarci, di non pensare a lei e mi distraggo osservando la finta campagna della provincia. Prati sporcati da innumerevoli eiaculazioni lasciano il posto ad esili alberi da frutta avvelenati da discariche nascoste sotto finte colline di terriccio. Cavalli maculati brucano erba gialla ed anziani contadini sono chini sul loro misero raccolto.

Veleno ovunque, sostanze che inquinano anche i tuoi pensieri, i tuoi ricordi. Andare da lei significa ansia, avventura. Andare da lei e abbracciarla, aspettarla alla stazione di Acerra in quel giardinetto frequentato da spacciatori dilettanti dove la aiuole chiedono aiuto ad un Dio che ormai è diventato sordo. Rom (non è etico ora chiamarli zingari) chiedono l’elemosina in modo invasivo per poi giocarsi gli spiccioli raccolti nelle slot-machine del centro commerciale. Qualcuno storce il naso, altri fingono che tutto questo non sia reale, che sia un incubo e aspettano di svegliarsi.

Lei scende dalla terza carrozza, si gira e cerca il mio sguardo, spaesata, sembra fragile. Mi vede e sorride, abbassa lo sguardo e i capelli lunghi le coprono il viso. Nell’aria le note di una canzone di Frank Sinatra e olezzo di plastica bruciata.

***

*Domenico Cosentino ha pubblicato recentemente “Come un calzino bucato”, una raccolta di poesie dedicate alla precarietà. Potete acquistare questo e gli altri libri di cui è autore cliccando QUI.

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