Extravesuviana.com

Quasi 500 post pubblicati, due anni di lavoro, impegno, collaborazione.
Due anni di disegni, foto e parole, tantissime parole, dette, scritte, stampate.

Oggi Extravesuviana cambia, cresce e trova una nuova casa in cui ci sarà spazio proprio per tutti.
Salutiamo questo blog su cui siamo nati e su cui lasciamo un pezzo di cuore ma alla tristezza sostituiamo l’ebbrezza di un nuovo progetto.

Un look rinnovato, tante rubriche, mille novità: abbiamo messo il vestito buono per accogliervi.
Raggiungeteci su Extravesuviana.com!

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Una proposta indecente: il racconto

Questo non è un semplice racconto, è un esperimento di scrittura partecipativa.
Vi abbiamo dato un incipit e la narrazione si è sciolta e annodata, commento dopo commento.
Ecco la storia che è venuta fuori grazie ai vostri contributi.

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Napoli. Circumvesuviana. Stazione di Porta Nolana.

Aspirante passeggero in giacca, cravatta, capelli brizzolati e valigetta 24 ore stretta in una mano: «Ho un appuntamento a Sorrento e sono in ritardo. A che ora parte questo treno?»
Macchinista sfasteriato, provato dal calore: «Questo è per Sarno, il Sorrento è già partito.»
Aspirante passeggero ribatte: «Io Le do 200 euro e lei lo fa diventare per Sorrento.»

Al rintocco del secondo zero anche i treni smisero di fischiare, la folla di soccorritori si accalcò. Fu un barbuto stempiato a caricarlo sul suo carretto di calzini a pois.
Scivolarono via, i due, danzando sugli spintoni, correggendo le urla, mescolando l’affanno della corsa ai sospiri dei fumatori. La voce metallica degli altoparlanti d’un tratto cessò, come scippata dalla scia di quel carretto, che dimenticò l’aderenza alla terra e a se stesso. Volavano, potevano essere lì lì per spiccare un salto, addomesticare la gravità e farsi profeti in groppa a un cocchio biblico che ascende verso il cielo. Ma erano uomini. E scappavano come si scappa per farla finita e ricominciare. C’era questo, nel passo forsennato di quell’aspirante risciò. Quell’idea che appartiene a tutti perché rassicurante e ambiziosa. Definitiva come il colpo secco di un timbro su un foglio di congedo. Quell’idea era qualcosa di più. Non i colpi, non il piombo che aveva messo a tacere il sudore di un macchinista all’ultimo giro di giornata.

Il Macchinista si aggiustò il berretto sporco di fumo nero, si avvicinò all’Aspirante passeggero, così vicino da respirargli addosso, lo guardò dritto negli occhi e rispose: «E secondo te io me mett int ‘e guai pe’ 200 euro? Pe me a Sorrent ce puoi arriva’ pure a pere».
Prese una Malboro rossa e l’accendino dal taschino della camicia, accese la sigaretta, un rapido sguardo all’Aspirante passeggero, e con fare “guappo” se ne andò. Una risata scosse l’attonito Aspirante passeggero, una ragazza mora in giacca di pelle nera aveva assistito al suo patetico tentativo di corruzione e replicò: «Ti porto io a Sorrento -gli mette in mano un casco e mentre si incammina aggiunge- sarà più divertente andare in moto. E con  200 euro puoi sempre offrirmi la cena».

A nulla servirono le lusinghe della ragazza: l’aspirante Passeggero glissò l’invito, restituì il casco e ringraziò con fare distaccato mentre voltava le spalle e seguiva il Macchinista che stava per salire in carrozza.
Due colpi, odore acre del piombo nella carne, sapore metallico di sangue e sudore. Era molto più di un appuntamento quello che attendeva a Sorrento l’Aspirante Passeggero che, col ferro ancora caldo riposto nella cintura dei pantaloni, si sistema il bavero della giacca come chi, trepidante ma composto, lascia alle mani sudate il compito di urlare la propria disperazione.
Con fare disinvolto sale sul treno mentre il barbuto stempiato lascia il carretto e lo segue, discepolo fedele di un maestro che con 200 euro avrebbe comprato una vita e non una corsa.
Il Macchinista riverso sul corridoio della prima carrozza e il suo sangue mischiato al sudore saranno gli ignari passeggeri di un viaggio iniziato, non solo per loro, troppo tardi. Si chiudono le porte, il treno è ancora vuoto.
È in partenza dal binario 2 il treno direzione Sorrento”.

Il treno oltrepassa una, due, tre stazioni senza fermarsi, sfreccia sui binari.
Il folle Passeggero sfila la cintura al macchinista ansimante di dolore, gli lega il braccio, l’emorragia è bloccata per ora, è un sacco di patate riverso sul sediolino. Il barbuto stempiato guida, mastica gomme che sputa dal finestrino colpendo chi, sulla banchina, aspetta invano che il treno fantasma li faccia salire. Il folle Passeggero maneggia in maniera inquieta la sua valigetta che si è ristretta.

“Meglio che ti bruci un po’ la testa, piuttosto che mi vada in fiamme il cuore”, pensò il Passeggero folle – Apprendista macchinista. Gli piaceva quella linea. Erano sempre affascinanti i paesaggi che sfilavano veloci dal finestrino e immaginare la storia di ogni singola persona che saliva in carrozza. Ora però non aveva tempo per queste faccende. Tra quelli che non ebbero la possibilità di salire, molti inveirono contro di lui. Poco male, il treno andava che era una bellezza. Strascicando e ansimando, il macchinista ferito arrivò in cabina e biascicò frasi sconnesse.
«Sei.. sei pazzo! Chi diavolo saresti, un fottuto rapinatore di treni?»
«Già. E tu sei un fottuto testardo che ha preferito farsi spaccare quella testa vuota. Adesso sta buono, altrimenti ci sono gli optional.»

C’è da dire che nella nuova veste da macchinista l’uomo si sentiva più realizzato che in quella di passeggero. Affidare le proprie sorti di viaggiatore ad un mezzo di trasporto già di per sé è difficile, se poi ci provi con la Circumvesuviana, sei un pazzo o giù di lì. Almeno oggi guidava lui: responsabilità piena, informazioni costanti, fermate a richiesta. Come spiegare che a Sorrento non aveva niente da fare? Che a Sorrento, pure per andare a mare devi fare un bordello? Che il suo era stato un desiderio come un altro, un modo per obbedire all’unica legge da rispettare sempre e comunque, quella del movimento?
Era arrivato in stazione, aveva visto quel santuario del possibile ormai fermo perso immobile e la cosa non gli era piaciuta. Tutto qui. Aveva letto le cronache e sapeva, sapeva per certo che si trattava di una questione economica: tagli di fondi e risorse e crisi economiche pressanti. Duecento euro per corsa, questo diceva l’articolo: tanto serviva per ammodernare la rete di trasporti della regione. In un certo modo aveva voluto esser certo della teoria, ecco, saggiandone la concretezza pratica. La meta non era importante. Sorrento valeva quanto Pompei, ma lui non era credente, non gli piaceva l’archeologia. Gli piaceva, invece, la birra stout e il sidro di mele leggermente alcolico. Ricordava Sorrento come una cittadina fornitissima da questo punto di vista, alcool scuro e aromatizzato offerto in dote a turisti nordeuropei come pegno per aver lasciato le loro vivibilissime cittadine e aver scelto noi, il sud, il caldo, la circum, i treni cui mancano 200 euro per funzionare e via dicendo.
Il macchinista (quello vero) si lamentava ancora. Continuava a chiamare la madre e la madonna a fasi alterne: nessuna delle due era in grado di rispondere, purtroppo, quindi rispose lui, l’uomo: Dice il poeta: «Quando ti metterai in viaggio per Sorrento devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure e in esperienze. Nun sì cuntento? Che te lamient”a fa?»

Dalla faccia del macchinista, quello vero, venivano fuori delle smorfie che a poco a poco si tramutavano in accenni di risate stentate: «Sì, tu nun stai buon, l’ho capito. Ma mo mi devi dire perché hai fatto tutto ‘sto bordello?»
«Si, è giusto- rispose il passegero divenuto macchinista ritornato passeggero – è venuto il momento che ti sveli tutto questo mio atteggiamento.
Tu non sei Italo e io non sono Luca Cordero di Montezemolo: fratello caro, oggi è il 27 del mese e io, come te, non so nemmeno quando prendo lo stipendio… il 6, il 7, l’8, sono numeri che ogni inizio mese io mi gioco a lotto. E allora mi sono detto: io oggi mi metto una giacca ed una cravatta che cosi la gente se ne accorge un po’ più tardi che voglio uscire pazzo.
Sì, perché oggi je me so’ rutt o cazz.»

Che ne pensate? Avreste dato un finale diverso al nostro racconto?
Grazie a chi ci ha provato, a chi si è messo in gioco, a chi si è divertito nello scrivere una storia a più mani, una storia tutta extravesuviana.

Gli autori: Mariarosaria Figliolia, Peppe Hapax, Luigi Mauriello, Mena Fantarella, Anna Sirignano, Michele Scoppetta, Raffaella R. Ferré, Dario Cetta.


28.8.2008

di Chiara I.*

Questa notte ho sognato di essere tante vite diverse.

Sono stata due ragazze newyorkesi, fotocopie di Audrey Hepburn in Colazione Da Tiffany, che prendevano pigramente il sole, in abito da cocktail e occhiali scuri da diva, sul ballatoio di un edificio fatiscente.

Sono stata qualcuno che le spiava dalla finestra incrostata di cacche di piccione del palazzo di fronte.

Sono stata qualcuno che si aggirava in stato catatonico in un luogo affollato (una stazione o un centro commerciale).

Sono stata un ragazzo di colore eroinomane, che non chiama mai sua madre, e vive in un monolocale che spaventa anche gli scarafaggi. C’è agitazione, i miei amici si sfregano le mani e si raccomandano con me.
Sto per fuggire, credo, e tutti sembriamo terrorizzati dal mio affittuario. So che è acquattato in un angolo del pianerottolo. E’ piccolo e i suoi denti brillano nel buio.
I ragazzi se ne vanno in tutta fretta lasciandomi un malloppone di soldi sul comò tarlato. Cammino spasticamente per la stanza alla ricerca di un buon nascondiglio. Ad un tratto mi accorgo che qualcuno ha lasciato la porta socchiusa…lui è li che ghigna e mi chiama, il pavimento scricchiola mentre si avvicina…vuole i miei soldi, o il mio sangue.
Mi precipito a sbarrare la porta e spengo l’interruttore della luce…forse, se faccio finta di non essere in casa, se ne andrà. Il panico mi attorciglia l’intestino, oppure è la rota che inizia a salire.
Cerco di imballare le banconote con del chellophane, ma continuano a scappare fuori. Mi tremano troppo le mani e sono coperto di sudore freddo.
Lui gratta la porta da fuori e con una vocina suadente mi chiede di farlo entrare.
Mi infilo di folata una felpa grigia sulla canotta zuppa e ci nascondo sotto il pacchetto di soldi.
Grido al padrone fuori che non ho niente e di andarsene. Lui ride e cantilena qualcosa (forse mi fa il verso), naturalmente non mi crede. Allora decido di sfruttare l’elemento sorpresa.
Spalanco all’improvviso la porta sull’oscurità delle scale e mi lancio giù senza guardare.
Lo sento gridare infuriato dietro di me, nella scia dei dollari, che mi sfuggono dalla felpa, e della mia stessa strizza.
Corro fino a che mi sento di dover vomitare i polmoni.
Arrivo in un posto, sembra una stazione affollata, barcollo. Buio.

chiaraI

* Chiara I., primina svantaggiata, amante tardiva del luppolo e imbattibile Spoileratrice. Preferisce i romanzi alle persone e la imbarazzano le debolezze umane (specie le proprie). Coltiva velleità letterarie tra presunzione e insicurezza.


La settimana illustrata: “Via Nocera”

di Luigi D’Onofrio

via nocera

 

Interpretazione grafica del post di Giovanna Passaro, Via Nocera:

Il Vesuvio oggi sembra ancora più vicino, sarà la luce chiara di maggio.  A volte è quasi minaccioso. La sua presenza qui la percepisci, e non è solo una questione di distanze. Non so come spiegarlo, è come vivere sotto la sua costante e severa osservazione. Dall’altra parte c’è il Monte Faito, che cronache più recenti di quelle di Plinio il Vecchio hanno rivestito di un’aura vagamente sinistra.

Il lungomare risuona dei passi svelti degli sportivi della buon’ora, del vociare degli anziani, dei colpi di pallone di studenti disertori. Il ruolo che per puro caso mi trovo a ricoprire -fino a scadenza contratto- fa comparire sul mio volto una temporanea espressione di rimprovero, che un attimo dopo lascia spazio ad un sorriso di tacita comprensione. In fondo li capisco, non si può andare a scuola quando c’è il sole e si vive sul mare.

Un piccione mi si aggira intorno, gli lancio una briciola della mia colazione, accendo una sigaretta troppo forte per quest’ora del mattino. Mi torna in mente la prima volta che mi sono seduta su questa panchina. Era settembre e l’aria era fresca, proprio come in questo maggio anomalo. Mi ero vestita bene, ci tenevo a fare bella figura. Mettiti la camicetta rossa, ché il rosso ti sta bene. I capelli innaturalmente lisci, un trucco leggero ma studiato nel minimo dettaglio, l’anello con la carpa da 20 yuan comprato in un mercatino pechinese appena un mese prima. Un anno fa.

Il tempo vola, e questo è un dato di fatto. Ma che succede quando ti accorgi che forse è troppo tardi, che i tuoi sogni probabilmente non si realizzeranno mai, complici un tempismo inadeguato, la crisi del sistema, una serie troppo lunga di decisioni discutibili e anche un po’ di strafottenza? Che succede quando il futuro si sgretola, fagocitato da un presente sempre più invadente? I miei sogni quasi non me li ricordo più.

Forse l’unica cosa da fare è lasciarsi cullare dalle onde, in attesa della prossima spiaggia.


Radici

di Vincenzo Forino

Questo progetto nasce dall’esigenza di mostrare il potenziale estetico della martoriata Campania Felix e allo stesso tempo documentare le condizioni critiche in cui alcune zone versano. Dal bisogno di raccontare che il nostro territorio non è sempre stato cave, discariche, STIR, ma luogo di storia, cultura, fertilità e bellezza. Nasce dalla volontà di emanciparsi dall’imponente degrado ambientale da cui da decenni è vittima la nostra terra. Nasce inoltre, dall’intenzione di informare e diffondere quanto più possibile la consapevolezza di ciò che sta accadendo nel nostro territorio.

Le fotografie sono state scattate nella (quasi) incontaminata Foresta Demaniale di Roccarainola, all’interno del Parco del Partenio.


Ingranaggi

di Allan Corsaro

Nell’ottusa meccanica dei corpi
è la sorda inconsistenza
di solide membra metalliche a
dettare in ogni gesto
un eco infranto di desiderio.
Brandelli di voce sparsi
lungo vicoli ciechi
colmano spazi
nel sotterraneo bisbiglìo
di misere immagini di cristallo.

E solo
nel riflesso del
nostro parziale essere
abbiamo un perimetro che
ci imprigiona e ci condanna
alla distanza
siamo chiusi in una
gabbia di specchi
ed imitiamo gesti
per stanchezza
mentre la consistenza
d’ossa ricoperte
si perde
in sottili linee d’immagine.

Ed infine
nulla resta di
questa traccia di
un uomo se non
l’illusione di un’orma nel tempo
e la testimonianza di
un sottile filo d’ombra
gettato nel Caos.


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