Extravesuviana.com

Quasi 500 post pubblicati, due anni di lavoro, impegno, collaborazione.
Due anni di disegni, foto e parole, tantissime parole, dette, scritte, stampate.

Oggi Extravesuviana cambia, cresce e trova una nuova casa in cui ci sarà spazio proprio per tutti.
Salutiamo questo blog su cui siamo nati e su cui lasciamo un pezzo di cuore ma alla tristezza sostituiamo l’ebbrezza di un nuovo progetto.

Un look rinnovato, tante rubriche, mille novità: abbiamo messo il vestito buono per accogliervi.
Raggiungeteci su Extravesuviana.com!

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Una proposta indecente: il racconto

Questo non è un semplice racconto, è un esperimento di scrittura partecipativa.
Vi abbiamo dato un incipit e la narrazione si è sciolta e annodata, commento dopo commento.
Ecco la storia che è venuta fuori grazie ai vostri contributi.

1328
Napoli. Circumvesuviana. Stazione di Porta Nolana.

Aspirante passeggero in giacca, cravatta, capelli brizzolati e valigetta 24 ore stretta in una mano: «Ho un appuntamento a Sorrento e sono in ritardo. A che ora parte questo treno?»
Macchinista sfasteriato, provato dal calore: «Questo è per Sarno, il Sorrento è già partito.»
Aspirante passeggero ribatte: «Io Le do 200 euro e lei lo fa diventare per Sorrento.»

Al rintocco del secondo zero anche i treni smisero di fischiare, la folla di soccorritori si accalcò. Fu un barbuto stempiato a caricarlo sul suo carretto di calzini a pois.
Scivolarono via, i due, danzando sugli spintoni, correggendo le urla, mescolando l’affanno della corsa ai sospiri dei fumatori. La voce metallica degli altoparlanti d’un tratto cessò, come scippata dalla scia di quel carretto, che dimenticò l’aderenza alla terra e a se stesso. Volavano, potevano essere lì lì per spiccare un salto, addomesticare la gravità e farsi profeti in groppa a un cocchio biblico che ascende verso il cielo. Ma erano uomini. E scappavano come si scappa per farla finita e ricominciare. C’era questo, nel passo forsennato di quell’aspirante risciò. Quell’idea che appartiene a tutti perché rassicurante e ambiziosa. Definitiva come il colpo secco di un timbro su un foglio di congedo. Quell’idea era qualcosa di più. Non i colpi, non il piombo che aveva messo a tacere il sudore di un macchinista all’ultimo giro di giornata.

Il Macchinista si aggiustò il berretto sporco di fumo nero, si avvicinò all’Aspirante passeggero, così vicino da respirargli addosso, lo guardò dritto negli occhi e rispose: «E secondo te io me mett int ‘e guai pe’ 200 euro? Pe me a Sorrent ce puoi arriva’ pure a pere».
Prese una Malboro rossa e l’accendino dal taschino della camicia, accese la sigaretta, un rapido sguardo all’Aspirante passeggero, e con fare “guappo” se ne andò. Una risata scosse l’attonito Aspirante passeggero, una ragazza mora in giacca di pelle nera aveva assistito al suo patetico tentativo di corruzione e replicò: «Ti porto io a Sorrento -gli mette in mano un casco e mentre si incammina aggiunge- sarà più divertente andare in moto. E con  200 euro puoi sempre offrirmi la cena».

A nulla servirono le lusinghe della ragazza: l’aspirante Passeggero glissò l’invito, restituì il casco e ringraziò con fare distaccato mentre voltava le spalle e seguiva il Macchinista che stava per salire in carrozza.
Due colpi, odore acre del piombo nella carne, sapore metallico di sangue e sudore. Era molto più di un appuntamento quello che attendeva a Sorrento l’Aspirante Passeggero che, col ferro ancora caldo riposto nella cintura dei pantaloni, si sistema il bavero della giacca come chi, trepidante ma composto, lascia alle mani sudate il compito di urlare la propria disperazione.
Con fare disinvolto sale sul treno mentre il barbuto stempiato lascia il carretto e lo segue, discepolo fedele di un maestro che con 200 euro avrebbe comprato una vita e non una corsa.
Il Macchinista riverso sul corridoio della prima carrozza e il suo sangue mischiato al sudore saranno gli ignari passeggeri di un viaggio iniziato, non solo per loro, troppo tardi. Si chiudono le porte, il treno è ancora vuoto.
È in partenza dal binario 2 il treno direzione Sorrento”.

Il treno oltrepassa una, due, tre stazioni senza fermarsi, sfreccia sui binari.
Il folle Passeggero sfila la cintura al macchinista ansimante di dolore, gli lega il braccio, l’emorragia è bloccata per ora, è un sacco di patate riverso sul sediolino. Il barbuto stempiato guida, mastica gomme che sputa dal finestrino colpendo chi, sulla banchina, aspetta invano che il treno fantasma li faccia salire. Il folle Passeggero maneggia in maniera inquieta la sua valigetta che si è ristretta.

“Meglio che ti bruci un po’ la testa, piuttosto che mi vada in fiamme il cuore”, pensò il Passeggero folle – Apprendista macchinista. Gli piaceva quella linea. Erano sempre affascinanti i paesaggi che sfilavano veloci dal finestrino e immaginare la storia di ogni singola persona che saliva in carrozza. Ora però non aveva tempo per queste faccende. Tra quelli che non ebbero la possibilità di salire, molti inveirono contro di lui. Poco male, il treno andava che era una bellezza. Strascicando e ansimando, il macchinista ferito arrivò in cabina e biascicò frasi sconnesse.
«Sei.. sei pazzo! Chi diavolo saresti, un fottuto rapinatore di treni?»
«Già. E tu sei un fottuto testardo che ha preferito farsi spaccare quella testa vuota. Adesso sta buono, altrimenti ci sono gli optional.»

C’è da dire che nella nuova veste da macchinista l’uomo si sentiva più realizzato che in quella di passeggero. Affidare le proprie sorti di viaggiatore ad un mezzo di trasporto già di per sé è difficile, se poi ci provi con la Circumvesuviana, sei un pazzo o giù di lì. Almeno oggi guidava lui: responsabilità piena, informazioni costanti, fermate a richiesta. Come spiegare che a Sorrento non aveva niente da fare? Che a Sorrento, pure per andare a mare devi fare un bordello? Che il suo era stato un desiderio come un altro, un modo per obbedire all’unica legge da rispettare sempre e comunque, quella del movimento?
Era arrivato in stazione, aveva visto quel santuario del possibile ormai fermo perso immobile e la cosa non gli era piaciuta. Tutto qui. Aveva letto le cronache e sapeva, sapeva per certo che si trattava di una questione economica: tagli di fondi e risorse e crisi economiche pressanti. Duecento euro per corsa, questo diceva l’articolo: tanto serviva per ammodernare la rete di trasporti della regione. In un certo modo aveva voluto esser certo della teoria, ecco, saggiandone la concretezza pratica. La meta non era importante. Sorrento valeva quanto Pompei, ma lui non era credente, non gli piaceva l’archeologia. Gli piaceva, invece, la birra stout e il sidro di mele leggermente alcolico. Ricordava Sorrento come una cittadina fornitissima da questo punto di vista, alcool scuro e aromatizzato offerto in dote a turisti nordeuropei come pegno per aver lasciato le loro vivibilissime cittadine e aver scelto noi, il sud, il caldo, la circum, i treni cui mancano 200 euro per funzionare e via dicendo.
Il macchinista (quello vero) si lamentava ancora. Continuava a chiamare la madre e la madonna a fasi alterne: nessuna delle due era in grado di rispondere, purtroppo, quindi rispose lui, l’uomo: Dice il poeta: «Quando ti metterai in viaggio per Sorrento devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure e in esperienze. Nun sì cuntento? Che te lamient”a fa?»

Dalla faccia del macchinista, quello vero, venivano fuori delle smorfie che a poco a poco si tramutavano in accenni di risate stentate: «Sì, tu nun stai buon, l’ho capito. Ma mo mi devi dire perché hai fatto tutto ‘sto bordello?»
«Si, è giusto- rispose il passegero divenuto macchinista ritornato passeggero – è venuto il momento che ti sveli tutto questo mio atteggiamento.
Tu non sei Italo e io non sono Luca Cordero di Montezemolo: fratello caro, oggi è il 27 del mese e io, come te, non so nemmeno quando prendo lo stipendio… il 6, il 7, l’8, sono numeri che ogni inizio mese io mi gioco a lotto. E allora mi sono detto: io oggi mi metto una giacca ed una cravatta che cosi la gente se ne accorge un po’ più tardi che voglio uscire pazzo.
Sì, perché oggi je me so’ rutt o cazz.»

Che ne pensate? Avreste dato un finale diverso al nostro racconto?
Grazie a chi ci ha provato, a chi si è messo in gioco, a chi si è divertito nello scrivere una storia a più mani, una storia tutta extravesuviana.

Gli autori: Mariarosaria Figliolia, Peppe Hapax, Luigi Mauriello, Mena Fantarella, Anna Sirignano, Michele Scoppetta, Raffaella R. Ferré, Dario Cetta.


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